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CHI SALVERÀ L’ASSISTENTE ALL’AUTONOMIA E COMUNICAZIONE: Internalizzazione e Stabilizzazione

Published On: 08/05/2026By

Una riflessione oltre propaganda, slogan e guerre tra poveri
Leggendo in rete si coglie un punto reale che molti fingono di non vedere: attorno ai DDL sull’internalizzazione e sulla cosiddetta “istituzione” dell’ASACOM si è costruita una narrazione spesso propagandistica, confusa e perfino offensiva verso chi da decenni svolge questo servizio.
C’è però un errore di fondo che attraversa quasi tutto il dibattito pubblico, e che accomuna tanto chi sostiene questi DDL come soluzione miracolosa quanto chi li critica senza andare alla radice del problema.
L’errore è questo: confondere una funzione con una figura professionale.

La funzione esiste. La figura unica nazionale no.
In tutta Italia esiste da decenni la funzione dell’assistenza all’autonomia e alla comunicazione prevista dall’articolo 13 della Legge 104/92.
Questa funzione è reale, consolidata e indispensabile ma, salvo alcune eccezioni regionali – e la Sicilia è una di queste – non è mai esistita una figura professionale nazionale unica, definita in modo organico da un profilo normativo statale.
Ed è qui che nasce tutta la confusione.
Per oltre trent’anni lo Stato ha lasciato agli Enti Locali la facoltà di individuare autonomamente:

  • chi dovesse svolgere il servizio;
  • con quali requisiti;
  • con quali titoli;
  • con quale inquadramento;
  • con quali modalità contrattuali.

Così, in Italia, la medesima funzione è stata svolta:

  • da diplomati con corsi regionali;
  • da laureati;
  • da educatori;
  • da operatori con qualifiche differenti;
  • e in alcune realtà persino senza una vera definizione professionale.

Tutti però svolgevano – e svolgono – assistenza all’autonomia e alla comunicazione, quindi il problema non è stabilire se “gli ASACOM esistano” o meno; la funzione esiste eccome.
Quello che non è mai esistito davvero è un profilo unico nazionale capace di definire:

  • competenze;
  • formazione;
  • ambiti operativi;
  • responsabilità;
  • criteri uniformi di accesso;
  • riconoscimento contrattuale.

Ed è precisamente questo il nodo che i DDL evitano di affrontare seriamente.

Il grande equivoco dei DDL
I vari disegni di legge presentati in questi anni oscillano continuamente tra due esigenze diverse, senza riuscire davvero a risolverne nessuna. Da un lato cercano di “regolarizzare” la situazione di chi ha già lavorato per anni nel servizio, dall’altro tentano di immaginare la figura professionale del futuro.
Il risultato è un impasto confuso.
Si rimescolano:

  • esigenze transitorie;
  • sanatorie implicite;
  • requisiti formativi;
  • accessi futuri;
  • esperienze pregresse;
  • lauree;
  • corsi regionali.

Ma senza una vera architettura normativa.

Ed è proprio questo il punto che ACACISAL ed ACA Sicilia hanno evidenziato con chiarezza durante le audizioni al Ministero dell’Istruzione.
Prima di parlare di internalizzazione, concorsi o assunzioni, sarebbe stato necessario fare ciò che lo Stato non ha mai avuto il coraggio di fare:
definire finalmente un profilo nazionale unico attraverso un decreto attuativo.

Paradossalmente, la stessa “Buona Scuola” aveva previsto un percorso in questa direzione.
Percorso mai completato, si è preferito invece lasciare tutto sospeso in un’area grigia utile a molti:
alla politica, agli enti gestori, agli appalti, alle cooperative, ai sistemi territoriali frammentati.
E oggi i DDL cercano di costruire il tetto senza avere mai fatto le fondamenta.

Internalizzazione: slogan prima che progetto
Anche il tema dell’internalizzazione è stato affrontato in modo propagandistico.
Per anni si è venduta l’idea che bastasse “statalizzare” o “internalizzare” per risolvere automaticamente:

  • precarietà;
  • salari bassi;
  • discontinuità;
  • sfruttamento;
  • assenza di diritti.

Ma internalizzare chi, con quale profilo, con quali requisiti, con quale contratto, con quale collocazione nel sistema scolastico, con quali competenze certificate ?
Senza una definizione nazionale chiara della figura, l’internalizzazione rischia di trasformarsi semplicemente in un trasferimento del caos dentro le amministrazioni pubbliche.
E infatti, quando il dibattito si è spostato dai proclami alla concreta sostenibilità normativa, economica e amministrativa, gran parte della politica ha iniziato a fare marcia indietro.

La guerra tra poveri costruita artificialmente
Nel frattempo si è alimentata una guerra assurda tra lavoratori.
La più grottesca è quella fondata su un errore perfino semantico:

  • da una parte “gli ASACOM”;
  • dall’altra “gli assistenti educativi”.

Come se fossero due realtà ontologicamente diverse.
Ma “ASACOM” è semplicemente l’acronimo di assistente all’autonomia e comunicazione; non identifica automaticamente un diplomato con corso regionale così come la laurea non trasforma automaticamente qualcuno in una figura diversa.
La funzione resta la stessa.
Cambiano eventualmente:

  • percorsi formativi;
  • modalità di accesso;
  • competenze specifiche;
  • inquadramenti.

Ma il servizio svolto resta quello dell’assistenza all’autonomia e comunicazione.
Distinguere artificialmente tra:

  • “ASACOM” = diplomato col corso;
  • “assistente educativo” = laureato;
    non è solo normativamente fragile, è linguisticamente e concettualmente sbagliato.

Ed è il segno più evidente di un dibattito costruito spesso più sulla propaganda identitaria che sulla chiarezza tecnica.

Il vero problema: uno Stato assente da trent’anni
La verità è che per oltre trent’anni lo Stato ha scaricato sugli Enti Locali la gestione di una funzione delicatissima senza mai costruire:

  • una figura nazionale;
  • standard uniformi;
  • un sistema formativo coerente;
  • un inquadramento contrattuale dignitoso;
  • continuità occupazionale;
  • reale integrazione scolastica.

E oggi si tenta di risolvere tutto con DDL confusi che cercano contemporaneamente di:

  • accontentare i lavoratori storici;
  • rassicurare le università;
  • non scontentare il sistema degli appalti;
  • promettere internalizzazioni;
  • mantenere bassi i costi.

Missione impossibile.
Cosa servirebbe davvero
Servirebbe finalmente una scelta seria, non slogan, non guerre tra laureati e diplomati, non tifoserie, non operazioni propagandistiche. Servirebbe:

  1. definire con decreto attuativo un profilo unico nazionale;
  2. distinguere chiaramente fase transitoria e accesso futuro;
  3. valorizzare l’esperienza maturata sul campo;
  4. costruire una formazione realmente specialistica;
  5. garantire standard nazionali uniformi;
  6. affrontare seriamente il tema contrattuale e occupazionale;
  7. chiarire, oggi almeno, il rapporto tra scuola, enti locali e servizio.

Senza questo passaggio, ogni DDL continuerà a produrre lo stesso risultato:
confusione normativa sopra precarietà storica.
E nel frattempo i lavoratori continueranno a combattersi tra loro mentre il sistema che li ha frammentati resta perfettamente intatto.

La grande rimozione collettiva

E intanto tutta la rete continua a parlare di “internalizzazione” e “stabilizzazione”.
Due parole ormai svuotate di significato, due slogan utilizzati come strumenti di propaganda su fronti apparentemente opposti ma, in fondo, accomunati dallo stesso errore: ignorare la realtà normativa, amministrativa ed economica del problema.

Da una parte c’è chi arriva perfino a esprimere consenso verso quest’ultimo DDL, il 2771 unificato attualmente all’esame della Camera dei Deputati, nonostante abbia ormai derubricato l’originaria ipotesi di internalizzazione presso il MIM trasformandola in qualcosa di completamente diverso. Eppure si continua a ripetere: “facciamo presto”, “approviamolo subito”, “è un primo passo”.

Ma un primo passo verso cosa, esattamente?
Verso una legge che non definisce realmente il profilo nazionale unico.
Verso una norma che non scioglie il nodo dei requisiti.
Verso un testo che non chiarisce il rapporto tra esperienza maturata e formazione futura.
Verso una struttura priva perfino delle condizioni minime di sostenibilità attuativa.

Dall’altra parte ci sono invece coloro che protestano — come noi del resto — ma che continuano ad alzare muri identitari, professionali e corporativi che finiscono per spostare il dibattito su un terreno esclusivamente propagandistico.
La discussione continua così a consumarsi:

  • tra laureati e diplomati;
  • tra “educatori” e “ASACOM”;
  • tra titoli, sigle e appartenenze;
  • tra illusioni di stabilizzazione e paure reciproche.

Mentre resta completamente irrisolto il punto centrale: questo DDL, così come formulato, non ha realisticamente alcuna concreta possibilità di trasformarsi in una legge realmente attuabile; e non per cattiveria o pessimismo, ma perché manca tutto ciò che renderebbe possibile l’attuazione:

  • copertura strutturale;
  • architettura normativa coerente;
  • definizione della figura;
  • organizzazione del sistema;
  • sostenibilità amministrativa;
  • chiarezza sulle competenze istituzionali.

Si continua quindi a discutere come se il problema fosse “chi entrerà” o “quale titolo prevarrà”, quando in realtà manca ancora il presupposto fondamentale:
capire cosa debba essere, finalmente, questa figura a livello nazionale.
Ed è forse questa la cosa più grave.
Perché mentre tutti litigano sul futuro accesso ad una casa che ancora non esiste, migliaia di lavoratori continuano ogni giorno a reggere un servizio essenziale dentro un sistema che lo Stato, da oltre trent’anni, non ha mai avuto il coraggio di costruire davvero.

Per questo motivo ACACISAL ed ACA Sicilia scelgono di sottrarsi tanto alla propaganda delle false soluzioni quanto alle contrapposizioni sterili che stanno avvelenando il dibattito.
La strada non può essere quella degli slogan, né delle promesse irrealizzabili costruite per alimentare consenso momentaneo.
Serve invece un’assunzione di responsabilità politica vera, concreta e finalmente trasparente.
Per questo ACACISAL ed ACA Sicilia rivendicano la necessità di aprire un confronto serio con le forze di Governo, ma anche con quelle di opposizione, finalizzato non alla rincorsa dell’ennesimo DDL manifesto, bensì alla costruzione di un percorso autenticamente riformatore.

Un percorso che abbia alla propria base due condizioni imprescindibili:

  • lo stanziamento strutturale delle risorse necessarie, senza le quali ogni ipotesi di internalizzazione, stabilizzazione o riforma resta semplice esercizio retorico;
  • la definizione preliminare di un profilo unico nazionale dell’assistente all’autonomia e comunicazione, attraverso un impianto normativo chiaro, coerente e realmente applicabile.

Solo dopo sarà possibile affrontare seriamente:

  • il tema dell’inquadramento;
  • la valorizzazione dell’esperienza maturata;
  • la formazione specialistica;
  • le modalità di accesso future;
  • la continuità del servizio;
  • la dignità contrattuale e professionale dei lavoratori.

Continuare invece a invertire l’ordine delle cose — promettendo assunzioni senza figura, stabilizzazioni senza sistema e internalizzazioni senza risorse — significa soltanto alimentare illusioni destinate inevitabilmente a trasformarsi in nuove frustrazioni.
Ed è esattamente questo che oggi bisogna smettere di fare.

I diritti non si sospirano e non si rimandano: si applicano !

sull’argomento puoi leggere precedente articolo, clicca qui

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